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La mia incompiuta – 1958 |
Tratto da “C’è sempre per ognuno una Montagna” di Giancarlo Bregani (1930-1987) – Premio Maria Brunaccini letteratura di montagna 1967) |

Mi sono deciso. Ho acchiappato lo zaino, l’ho riempito delle solite cose, ho salutato gli zii che mi ospitano, ho preso in corsa la corriera per Lanzada, quella di mezzogiorno. Sono stanco della vita cittadina. Sul sentiero che, a ripide svolte, sale a Campo Franscia sono finalmente solo. Di tanto in tanto attraverso la strada polverosa che serve i cantieri delle costruende dighe di Campo Moro. La percorre, a tratti, qualche autocarro; potrei chiedere un passaggio, per accorciare il cammino. Non lo faccio, perché ho bisogno di camminare. Supero Campo Franscia, la strada, lascio alle spalle il rumore dei motori e mi addentro finalmente sopra il Ristoro, verso i pascoli dell’Alpe Campascio.

E’ sempre questo il sentiero che, per la prima volta nella mia vita, mi conduceva alla Montagna? Si, anche se ormai sono trascorsi tredici anni e tante, tante cose sono accadute da allora. Il tempo non è molto bello, ci sono alcune nuvole grigiastre che coprono le montagne attorno. Non credo però di prender pioggia. Dopo il lungo tratto piano, sull’erba del pascolo, riprende la salita a duri tornanti, nel boschetto di larici, fino a sbucare all’Alpe Musella. Sulla porta della locanda, attorno ai due tavoli di legno, c’è gente. Saluti di rito. Mi fermo e bevo. Le nuvole stanno dissolvendosi. Facile che il vento sia cambiato e domani sia una buona giornata. Se mi spiccio a ripartire arrivo alla “Marinelli” prima di sera. Spingo un po’ a fondo sul balordo sentiero che mena alla Capanna Carate, sotto la Bocchetta delle Forbici. Non a torto l’hanno chiamato con il nomignolo di “sentiero dei sette sospiri”. Il rifugio, lassù in alto, continua ad apparire, sempre alla medesima distanza, e a scomparire ad ogni dosso che si supera. Finalmente si arriva.

Sul piazzetto della Carate tira aria fredda. Dentro, altri non c’è che la custode, vecchia conoscenza. Entro a fare quattro chiacchiere, vorrebbe trattenermi per il pranzo ma è meglio che prosegua. Fa alquanto freddo ora e mi tengo indosso il maglione. Mi accorgo di stare accelerando il passo, quasi ad anticipare il momento in cui, svoltato l’angolo della roccia a piombo sul sentiero, scoprirò lo spettacolo incredibile, improvviso e immutabile della triade di colossi candidi e rocciosi: Roseg, Scerscen, Bernina. Ancora una volta devo fermarmi e godere la visione, sebbene siano ormai tante e tante le volte che l’ho contemplata. Poco sotto, nella valletta, il laghetto delle Forbici specchia impassibile il panorama. Dal Monumento degli Alpini sono costretto a scendere parecchio per raggiungere il ghiacciaio, ritiratosi ancora spaventosamente dall’ultima volta che fui là. Appena sono visibile sul bianco sporco del ghiacciaio qualcuno lancia allegri richiami dalla Marinelli. Rispondo brevemente, aumento l’andatura e marcio a tutto vapore sulle ultime mozzafiato pendenze del sentiero. Il sole è ormai tramontato, il cielo si è ripulito e i forti colori del mondo circostante si stanno fondendo in una sinfonia di celeste, di azzurro, di grigio, di blu, spaccata soltanto all’orizzonte, dove le cime si congiungono con il cielo, da lunghe base rosso-arancio.

All’interno della immensa Capanna poche persone, alcune Guide, Basci, Cometti e, guarda!, due mie vecchie conoscenze milanesi, due buoni alpinisti. Si fa in fretta a trovare compagnia. L’impareggiabile Cesare Folatti, custode della “sua” Marinelli, mi assegna la camera, mi fa portare il pranzo, chiacchiera un po’ con me, poi si ritira. Perdo la consueta razione di fiaschi di vino giocando a tressette contro i terribili Basci e Rosalindo. In tanti anni non ho mai vinto una volta. Posso andare a dormire. Sono convinto di dedicare una giornata all’ozio: c’è invece sempre qualcosa da fare per chi ha la “fortuna” di essere amico dei custodi dei rifugi e delle guide, specie se si è resa la decisione di stare pancia all’aria. Artigliato da Rosalindo, vengo tenuto al lavoro per tutto il giorno. La sera, però, mi guadagno il diritto di mangiare nella grande cucina, con le guide, e di attingere alla speciale riserva di vino. Un onore. Rivedo i miei amici milanesi che sono stati un po’ in giro, arrivando fino al bivacco di Sasso Rosso. Ci sediamo fuori, accendiamo le sigarette e parliamo di alpinismo. Quest’anno, tolta la solita Grignetta e un tentativo di traversata Giordani-Vincent-Parrot al Monte Rosa, interrotta per un malore generale da cibi guasti, non ho fatto niente. «Perché non andiamo insieme?». L’idea dell’amico non mi dispiace, ho voglia di arrampicare. Si potrebbe andare alle Cime di Musella. La parete N.E. della Cima Orientale per esempio andrebbe benissimo. Non la conosco molto, ma non è nulla di trascendentale. Ci accordiamo: sveglia alle cinque.
Con comodo…

(ATTENZIONE: il racconto continua nel .pdf dedicato  CLICCA QUI per scaricarloNb. Si fa presente che l’indirizzo web indicato all inizio del .pdf non è attivo

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