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Le vibrazioni che senti salire man mano che ti avvicini,  il pensiero e l’immaginazione che scappano lungo il rettilineo, oltre il tornante che devi ancora fare. Quella sensazione di essere nuovamente e perfettamente dentro quel momento fatto di tempo e di luogo, nonostante i tanti anni passati. Completare la curva e sentire di colpo quell'”intenso turbamento dovuto a meraviglia e sorpresa di fronte a qualcosa di inatteso, piacevole o spiacevole che sia. Stupore di bambino. Bocca aperta. Il tempo si ferma, torna indietro. Rallento fino a quasi fermarmi nel bel mezzo del fitto bosco, dove la tortuosa strada picchia in discesa, senza alcuna tregua. Avvicinandomi pian piano al volante, guardo dritto davanti a me,  il collo un po’ incassato tra le spalle e gli occhi fissi, direzione appena sotto l’aletta parasole della macchina. Sento un clacson dietro, lo mando a quel paese, faccio segno di passare, lo dimentico all’istante, cerco uno slargo, parcheggio come meglio posso. Oggi arrivo dal Giau, la vista è improvvisa, stupenda. Apro la portiera con la mano sinistra, e con la destra cerco a testoni la macchina fotografica. Senza mai distogliere lo sguardo metto il piede sul sottile bordo del pavimento, tra porta e sedile, faccio forza sulla gamba e mi alzo di quel poco per riuscire ad appoggiare il gomito destro sul tetto e quello sinistro sul montante della portiera; ho una visione chiara di ciò che ho davanti e di ciò che provavo quando bambino, inciampando sui sentieri, guardavo naso all’insù, verso quelle pareti rosse di conchiglie e coralli, gialle di vuoto e nere di pioggia. E poi, subito sopra, il cielo. Mi godo l’immagine per quanti secondi o minuti non lo so, lascio scorrere i pensieri, rivedo i miei primi vent’anni di vita, di una felice infanzia e adolescenza, di un’acerba e incosciente maturità. Amicizie mai perdute, né reciprocamente dimenticate. Quante cose. Un leggero sorriso, un micro spostamento dell’occhio appena sopra il mirino e poi dentro a inquadrare. Una fotografia per me, per nessun altro. Una fotografia per me. Il professionista è rimasto nelle borse sul sedile dietro, insieme alle lenti supersharp, i diaframmi, i filtri, il treppiedi in titanio e carbonio. Una fotografia leggera, spensierata, sincera, ché le antiche sensazioni non sfuggano di nuovo e non possano essere dimenticate. Per ciò che è stato, per ciò che non è mai finito. Ben ritrovate Montagne, amiche mie. Ben ritrovata Cortina.  “Ruo chesta sera a ve saludà dute!” 😉 *

* = Ruo chesta sera a ve saludà dute –
Arrivo stasera a salutarvi tutti
Dialetto ampezzano ( Lingua ladina, ceppo ampezzano )

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Tofana di Rozes

 

 

 

 

 

Tofana di Rozes, Dolomiti d’Ampezzo. Dalla strada del Giau
©AlbertoBregani

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  1. Abboretti Massimiliano

    Gran belle parole Alberto,e sopratutto vere sai quando passo da Ortisei,ripasso davanti alla scolina elementare mi vengono in mente gli anni trascorsi e gli amici di un tempo.io Italiano loro Ladini ma che mi hanno accettato come uno di loro.Ecco perche’ tra i boschi e i sentieri del Seceda o del Col Raiser mi sento a casa,come tu con i dintorni e i boschi di Pecol.Grazie dell’articolo.Con amicizia.Max


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