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Il punto di partenza per una buona fotografia è sempre ciò che si vuole dire e come lo si vuole dire. Se vale, alla fine, quel qualcosa verrà sempre fuori. Anche con uno smartphone.

L’avvento degli smartphone ha modificato il nostro modo di avvicinarci alla fotografia, di “vedere”, di comunicare. Penso abbia aggiunto molto a questo nostro fotografare, ritenendolo personalmente uno strumento attraverso il quale raccontare storie in modo totalmente nuovo, proprio per le sue caratteristiche di immediatezza nell’utilizzo, spontaneità nel racconto. Ciò detto, il valore del contenuto, del messaggio, della storia deve sempre restare il punto di riferimento per chiunque voglia dire qualcosa attraverso una fotografia.

È una riflessione che ho condiviso tempo fa – ma tuttora valida – con alcuni degli allievi partecipanti a uno dei miei workshop. Prima di incontrarci, due di essi mi avevano chiesto se nel corso del workshop sarebbe stato possibile fotografare “solo” con uno smartphone. Gli ho risposto testualmente ”Vale tutto: dalla pellicola allo smartphone. A patto che siate consapevoli di ciò che volete dire e che scegliate quella fotocamera perchè è la migliore via per dire ciò che volete dire”. E così è stato: abbiamo lavorato su alcuni concetti appositamente dedicati allo smartphone per fotografare i nostri soggetti, valorizzando quelle caratteristiche che solo qual tipo di strumento può avere. Con risultati al di là di ogni (loro) aspettativa.

ll concetto del “vale tutto” è stato da me da tempo adottato senza alcun problema o remora di sorta. Sono riflessioni che qualcuno, forse, troverà ovvie; ma il fatto stesso che qualcun altro (si) ponga la domanda poco sopra riportata, rivela quanto questa sia una questione che probabilmente merita ancora qualche approfondimento. Perché, come dicevo, iI punto di partenza NON è mai l’attrezzatura, bensì ciò che si vuole dire e come lo si vuole dire.

Da pianista quale sono (o strimpellatore di tasti, che dir si voglia), portando ad esempio la musica non esiste solo un timbro di un pianoforte, o di un violino di una famiglia di congas, giusto per citare qualche strumento. A seconda del brano da interpretare, l’artista di turno sceglierà (potendo) quello strumento che abbia quel particolare timbro, che “suoni” in un certo modo. Che la resa, nei chiari e negli scuri, sia certamente quella adatta al brano, ma soprattutto sia adatta lui, al suo modo di interpretare il brano.

Se lo smartphone, quindi, e le varie possibilità di personalizzazione fotografica attraverso le tante applicazioni disponibili, vi forniscono il timbro, il suono, la resa che ricercate come vostra consapevole scelta, allora avrete la migliore macchina fotografica del mondo, perché sarà esattamente quella che potrà restituire (e restituirvi) quello che voi avete già in testa (e negli occhi). Se, differentemente, capitasse il caso di avere solo uno smartphone come prima possibilità per realizzare una fotografia, nessun problema: lavorate insieme a lui, e vedrete che pian piano vi sintonizzerete con le sue caratteristiche e unicità, non in senso passivo, subendole ma, al contrario, utilizzandole a vostro vantaggio e beneficio. Più semplicemente: il percorso che in questo secondo caso vi porterà verso un allineamento perfetto tra “(vostro)racconto e (vostro)strumento” sarà probabilmente diverso. Forse un po’ più lungo, inizialmente meno autoriale del primo, ma comunque praticabile. Se avete qualcosa da dire, alla fine, se vale, quel qualcosa arriverà.

Lagorai | ©albertobreganiPer darvi un concreto esempio di quanto detto finora, vi invito a dare un’occhiata agli scatti de “The Unseen Zone”, il backstage realizzato con Iphone del mio progetto ufficiale sulla Grande Guerra per la Provincia Autonoma di Trento (a questo link  “SoloIlVento“) realizzato invece in pellicola. Un racconto diverso, da un altro punto di vista: quello mio, intimo e personale. La scelta dell’iphone e di un suo particolare “timbro” (app. hipstamatic configurata con lente Jane e uno degli effetti b/n pellicola, se non erro) è stata assolutamente voluta. Non solo nessuna macchina da xmilamilioni di euro mi avrebbe dato quella “cifra fotografica”, ma il tempo di restituzione della suggestione che volevo arrivasse era perfetto, immediato. Potevo rivivere da subito quel momento, esattamente come l’avevo visto e vissuto, con tutto ciò che c’era dentro, tecnicamente ed emotivamente, senza dover modificare nulla, senza doverlo ricreare in post-produzione, magari una settimana dopo, perdendo per forza di cose la gran parte di quella che era la suggestione che volevo restituire a me stesso e all’osservatore. La sua “unicità”.

È il momento che fa una fotografia. E la fotografia è quel momento. Non potrai replicarlo giorni, settimane dopo, al computer. Quell’imperfezione naturale che è “la e della” fotografia non sarà riproducibile con il foto-ritocco. Al computer potrai ritoccare tutto, colori, luci Ma non potrai mai fare nulla per ricreare “quel” momento, quella emozione […] – (Michael Kenna)

La sintesi di tutto quanto detto, quindi, è sempre la stessa: indipendentemente da ciò che avrete in mano, è sempre quello che volete dire che conta; è sempre ciò che siete e ciò che avete in mente di portare a casa, per voi prima di tutto. Lo strumento aiuta, così come la tecnica, certo. Ma non pensiate debba essere lui a condurre le danze, non “appoggiatevi” a lui. Il fulcro siete voi.

Un caro saluto e a rileggerci presto
Alberto


Foto di copertina: ©Massimiliano Abborretti

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