P

Premessa

Molti tra i miei amici fotografi, allievi dei miei corsi o lettori, mi chiedono spesso riguardo la realizzazione di alcune delle mie più conosciute o particolari fotografie. Vuoi per la difficoltà delle condizioni in cui mi sono trovato per realizzare quello scatto, per le emozioni che ha regalato o per altri motivi, la “storia dietro a una fotografia” è un capitolo che suscita sempre molta curiosità. Visto che in questo periodo “parigino”, seppure dedicato alla scrittura e al pensiero del nuovo libro, non ho più impegni così pressanti relativi alla preparazione di conferenze, workshop, trekking etc.. ho pensato fosse il momento di dedicare del tempo al raccontare man mano le storie di alcune di queste fotografie. Per me sarà certamente un esercizio emozionante, divendo ritornare su passi e luoghi vissuti con grande intensità; per voi spero sia  piacevole oltrechè utile per cogliere qualche spunto o suggerimento tecnico per le vostre fotografie.

Credo infatti, e concludo questa premessa, che sia giusto condividere le proprie esperienze senza paura alcuna che qualcuno possa “rubare” nulla: la fotografia è dentro di noi, non certamente dentro qualche dato tecnico freddamente riportato su un foglio o nel suggerimento di un luogo. La Natura stessa si modifica in continuazione, modificando così quanto fotografato anche un solo secondo prima, tanto da rendere irripetibile ogni scatto. Può darsi che quello dopo sarà uno scatto più bello o più brutto, più emozionante o meno incisivo. Condividere dunque quanto si conosce è altrettanto bello e interessante quanto lo stesso fotografare; dove non c’è condivisione non ci potrà essere crescita. Per nessuno.

E se poi ci fosse qualche mia fotografia che avete visto, che vi ha particolarmente colpito e della quale volete conoscere la storia, fatemelo sapere via mail con oggetto “Storie di fotografie”.  Sarò felice di potervela raccontare. Intanto, e al solito, grazie 🙂
Alberto


#01 | Ferrata Sosat

Quella mattina di luglio del 2010 Sandro ed io partimmo presto dal Rifugio Tuckett & Sella, Dolomiti di Brenta. Volevamo portarci velocemente a metà della ferrata Sosat prima che arrivassero le classiche nuvole da dietro gli Sfulmini. Non per evitarle, ma proprio per fotografarle intorno al Crozzon di Brenta che, di lì a poco,  avremmo avuto proprio di fronte. Mi servivano quel tipo di fotografie per il libro che sarebbe uscito due anni dopo ( “Dentro e fuori le cime, Dolomiti di Brenta, tra l’occhio e il passo“, Il Margine Editore, 2012 – Tn). La giornata pareva adatta.

Alle 7 avevamo già superato la prima parte del sentiero, oltre il bivio che porta verso la Bocca di Tuckett, oltre il vallone sotto al rifugio, e stavamo risalendo a mezza costa tra i grandi blocchi di roccia sotto la Punta Massari, a mezzora dall’attacco vero e proprio della ferrata. Sandro mi precedeva, io stavo trafficando con la mia Rolleiflex 3.5T per controllare quante foto avessi ancora disponibili prima del cambio rullino. Volevo inoltre montare un filtro giallo leggero per tirare fuori quelle poche striature di nuvole che vedevo nel cielo davanti a me.

Al momento di dover scavallare un piccolo salto di sentiero, Sandro si appoggiò con una mano a un sasso alla sua sinistra. Io ero ancora totalmente nell’ombra e indaffarato a montare il filtro; ma alzando casualmente lo sguardo per vedere dove lui fosse, prima che sparisse dietro la curva del sentiero, ho visto chiaramente e per una frazione di secondo il suo profilo in controluce, come se fosse un tutt’uno con i blocchi e i sassi che avevo davanti; ho visto quelle nuvole appena accennate nel cielo, la Presanella di fronte e percepito il chiarore di quella luce cosi forte che solo le mattine di montagna possono regalare. Una frazione di secondo appena ma che mi ha concesso di “vedere”, seppur non raccontare, fotograficamente quel momento. La fotografia nella sua totalità ed espressione.

La Rolleiflex era sì nella mia mano destra, ma il problema era che non ero pronto io. Quella fotografia la volevo, l’avevo “vista” ; il resto era meramente una questione tecnica. Esporre totalmente per le luci, porre Sandro e i sassi nell’ombra più o meno totale così da avere un perfetto profilo nero. Tirai allora un’urlata a Sandro che per fortuna riapparve quasi subito, e che con la sua aria serafica, riappoggiandosi in modo naturale al sasso dove aveva posto le mani qualche minuto prima, mi disse solo: “problemi?”- “Sandro – gli dissi – fermo come sei, girati e riappoggiati al sasso come hai fatto poco fa. Fermo. … Ok, grazie. Scusa, andiamo.”

Ero così sicuro di ciò che avevo visto e di come dovevo fotografare che – con in pizzido di incoscienza – feci solo uno scatto, pur potendone fare un rullino intero. Non era una situazione che avrei ritrovato facilmente, non avevo uno schermo dove rivedere la fotografia. Il rischio era alto. Potevo aver sbagliato qualcosa… L’avrei vista infatti solo due settimane dopo, al mio rientro, allo sviluppo dei rullini. Ma così feci. Perchè lo sentivo. Già sapevo, al momento dello scatto, che l’avrei trovata esattamente come l’avevo vista. E così è stato.

 

Ferrata Sosat, Dolomiti di Brenta | 2010
Rolleiflex 3.5T, filtro light yellow, 100TMax Kodak
© AlbertoBregani

Ci sono 2 commenti

  1. Alessio Richini

    Queste storie dietro alle fotografie sono sempre interessanti ed appassionanti.

    Più belle magari di un’articolo di tecnica fotografica.

    Grazie Alberto!


Rispondi a Alessio Richini Annulla risposta