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Se c’è una nebbia gelata, fuori fa meno quaranta; se l’aria esce con rumore del naso, ma non si fa ancora fatica a respirare, vuol dire che siamo a meno quarantacinque; se la respirazione è rumorosa e si avverte affanno, allora meno cinquanta. Sotto i meno cinquantacinque, lo sputo gela in volo. | Da >I Racconti della Kolyma< (Varlam Šalamov – 1989)

Questa fotografia, realizzata nel 2010, è sempre stata tra le mie preferite; di grande intimità, molto personale, ma di difficile collocazione. Sostanzialmente un “nulla”, come ha ben definito un mio caro amico fotografo. Un’immagine che per portarla al di fuori del mio personale percepito capivo, sentivo avrebbe avuto bisogno di una qualche storia; un’occasione per essere rappresentazione.

Tempo dopo ho incontrato il libro di Šalamov. Una storia lacerante, impressionante, vissuta dall’Autore negli anni del regime staliniano, nella regioni più disperse, più profonde, più drammaticamente fredde della Russia siberiana; un libro che appartiene al medesimo filone di Se questo è un uomo di Primo Levi e Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solženicyn. Una testimonianza dall’inferno della terra. E’ un libro “della Memoria” – anche se la memoria dovrebbe essere dentro ognuno di noi, senza dover diventare “istituzione” per ricordarci di ricordare (cit.).

Ebbene, mentre lo leggevo, guardavo non più solo questa foto, ma dentro e oltre essa. E pian piano capivo che poteva descrivere un po’ la terribile realtà descritta in quelle righe, seppure nella sua infinitesima parte; quel nulla indistinto che riusciva però ad avere un sottilissimo, quasi impercettibile orizzonte al quale aggrapparsi; nel gelo, nell’indifferenza, nelle umiliazioni, nel terrore di una devastante esperienza.

E sebbene il mondo della Kolyma, dei gulag, dei cosiddetti crematori bianchi, non c’entri con le vittime della Shoah – per le quali è nato il Giorno della Memoria – rimane comunque un’incancellabile testimonianza delle più aberranti atrocità dell’essere umano, e allo stesso tempo della capacità e del coraggio che lo stesso essere umano riesce ad esprimere per poterne venire fuori, in condizioni indicibili.

I racconti della Kolyma va quindi letto non tanto per un aspetto meramente storico della questione – anzi, quasi per nulla – bensì per investigare l’aspetto umano, la forza che esiste in ognuno di noi, la possibilità di essere vivi fino alla fine, qualunque cosa ti arrivi addosso. O, almeno, la possibilità di provarci aggrappandosi a qualunque cosa possa essere utile a dire “io sono qui e sto vivendo”. E’ un libro sull’orgoglio, sulla forza e sull’onore. Sulla vita e non sulla morte.

Questo vuole essere questa foto.
E’ la mia foto per la Memoria.
Un tributo a tutti quegli essere umani straordinari che, vittime di violenze e soprusi altrettanto straordinari, in qualunque tipo di forma e modalità siano stati esercitati e in qualunque parte del mondo li abbiano subiti, sono riusciti comunque, in qualche modo, a raccontarne la sofferenza e la vergogna. Per loro stessi ma, soprattutto, per tutti quelli che sarebbero venuti dopo di loro. Per non dimenticare mai “quello che nessun uomo dovrebbe vedere né sapere” (cit.Varlam Salamov).

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Inverno
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© AlbertoBregani, 2010

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Ci sono 2 commenti

    • albertobregani

      Walker grazie a te
      MI auguro tu possa leggerlo, un libro duro ma allo stesso profondo e coinvolgente
      Un saluto e grazie per il passaggio 😉


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