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1956 – Racconto tratto da “C’è sempre per ognuno una Montagna” di Giancarlo Bregani ( 1930-1987) – Premio Maria Brunaccini per la letteratura di montagna, 1967


Luglio. Capanna Marinelli al Bernina. Giorgio si gode gli ultimi quattro giorni ed io gli ultimi tre mesi civili, dopodichè, per entrambi, la «naja» alpina. La forma atletica, per me, era ieri alquanto precaria essendo appena uscito da una sessione di esami ma, evidentemente, la sgambata di sei ore per arrivare quassù da Lanzada e l’aria dei tremila metri mi hanno già sistemato alquanto gambe e fiato. Mi sento bene. Passiamo la serata in cucina, con le Guide, a «polenta taragna» e a Sassella. Ottima preparazione per l’indomani! Candele alla mano, pissi-pissi lungo le scale di legno, saliamo in camera. Fuori, freddo e sparata di stelle. Alle tre del mattino, la sveglia. Per caso non nevica? Affatto. Bisogna alzarsi. Tutte le volte la solita musica: la pigrizia detta legge. Appena giunti sul piazzale del rifugio ci si sente poi in corpo una grande allegria e smania di muoversi. Sul ghiacciaio di Scerscen superiore, le pile non servono più. Albeggia. Tiriamo via con passo furioso fino all’imbocco del largo canale che vien giù tra il Roseg, il Scerscen e le roccette basali che portano alla «Marco e Rosa».

Ci leghiamo, un boccone, fuori gli arnesi. Andiamo. In programma c’è la direttissima al Pizzo Bernina: andar su a forza di ramponi sull’erto scivolo tra Scerscen e Bernina. Una meraviglia, specie con la giornata stupenda che ci troviamo dinnanzi. Non una nuvola. Va in testa Giorgio. Lo seguo di conserva per un tratto, poi vai tu che io ti tengo. Facciamo quasi una scala diritta, senza tentennamenti e deviazioni che è un piacere guardare indietro e vedere i segni ombrosi dei nostri passi nella neve dura. Faccio fatica a star fermo in sicurezza, è troppo bello quando viene il momento di mettersi a piantare i «dodici punte» nel canale, e salire. Nessuna emozione. Nessun fatto drammatico. Un passo dopo l’altro, tranquilli, sicuri. Solo, una grande felicità rattenuta, fatta di assoluta calma interiore, un sogno reale, un contatto materiale e spirituale con questa enorme montagna che ci ospita e che cerchiamo di ferire il meno possibile. Sentiamo l’ampiezza del panorama dietro le nostre spalle, ma non lo guardiamo. Lo conosciamo angolo per angolo, scorcio per scorcio, ma desideriamo non voltarci fin quando, lassù in cresta, lo scopriremo tutto d’un colpo. Come, bambini, tenere in mano una caramella senza toglierne la carta attorno, succhiandola con l’immaginazione e già l’acquolina in bocca.

Agli ultimi tiri di corda, la pendenza è tale da avere la intera pianta del piede del compagno a vista, sopra la testa. Le frange delle punte dei ramponi si disegnano dure contro la neve. Sto attento più alla mia euforia che alla reale difficoltà del passaggio. Come succede al volante dell’auto dopo una festa tra amici: ci si sente «su di giri», ma si riesce a capire che occorre andar piano per non uscir di strada. Lavoro energico di piccozza per spazzar via un po’ di cornice. Improvviso schianta il vento contro la cresta. Qui il silenzio; appena sopra il fischio, il «mi sopracuto» del vento svizzero, teso, non calante. La cresta è un gioco di equilibrio per non finire in Engadina o tornare sui nostri passi più rapidamente di quanto non abbiamo impiegato a salire. Ci attacchiamo allo spigolo che, a destra di dove siamo sbucati, va a saldarsi alla cresta che, dalla vetta italiana porta a quella massima del Bernina. Giorgio sbuffa, spacca, sbrancica, acchiappa, ruspa, s’attorce, abbranca, si inerpica, controlla, tira e sale. lo ho fame. La cresta «normale», pur strettina, ci sembra un ampio viale rispetto all’altra appena lasciata. La larga piazza della vetta ospita d’un tratto i nostri stravaccati, sudati, cotti dal sole che oggi impera. Mezzogiorno in punto. Siamo in cima! In noi è come un suono di campane, cannoni di mezzodì, sirene spiegate, gran pavese, trombe di adunata. Attorno il silenzio più immoto e profondo, che perfino i respiri grevi che siamo costretti a tirare ci disturbano, quasi irriverenti. Anche il vento che veniva su dalla Svizzera è scomparso. Nessuno ci sovrasta, siamo più alti di tutti, noi di statura media. Ad un tiro di sasso la vetta dello Scerscen, più in là il cammello del Roseg, davanti la Cresta Guzza, e gli altri monti fino al Palù, al Varuna. E montagne e montagne e montagne che son tante e fan paura perché sentiamo che mai potremo conoscerle tutte e tanto ci piacerebbe. Le distinguiamo, le riconosciamo una per una, e quelle che non conosco io le conosce Giorgio, ma è come sentir parlare di una persona nota e non riuscire a darle un volto chiaro, una espressione, anche se ti vedi la fotografia.

Conoscere una montagna è salirla, è lasciare pezzetti di te, frammenti di ricordi, brandelli del tuo animo sulle rocce. È amarla, circuirla, possederla e portartene via nella vita quell’appiglio, quella quinta sulla destra della fessura, quella stretta cengia. Conoscere una montagna è anche il volto di chi era con te, e sono una cosa sola e, magari, nel futuro, non ne ricorderai il nome o confonderai quello della montagna che hai salito con quello dell’amico che era incordato con te. Conoscere una montagna è sentirsi seduto sulla cresta, sulla sua cima, attento e silenzioso al miracolo di un mondo che ritrovi tale e quale ogni volta, non per la sua conformazione, ma per il suo spirito. È sentire il distacco profondo, lontano, nel conscio e nell’inconscio, quando vieni via e senti che potrai tornare lì, ma molto più facilmente non ci tornerai più e quello che vien via di te, un attimo dopo aver cominciato a scendere, non è già più lo stesso e vorresti essere uguale.

 

Scendi, sguazzando tra la neve fradicia e appiccicosa della cresta. Lo sfolgorio che ti avvolge fin dal primo mattino non accenna ad attenuarsi. Lo spallone che si acquieta nei pressi della Capanna Marco e Rosa pare un forno che attende il pane per la cottura. Impieghi qualche secondo per mettere a fuoco l’interno del rifugio, fresco ed ombroso. È zeppo di gente, nessun italiano. A parte il custode. Lauto pasto stracco e giù, di schianto, sul tavolato delle cuccette. Assonnato mi scolo mezzo litro di thè freddo. Sto già dormendo. Tre ore dopo, la recita in prima assoluta della più bella giornata di luglio ci chiama fuori dal rifugio. Cinque minuti di contemplazione ed il momento magico vissuto sulla vetta del Bernina poche ore prima ci invita a tornare lassù per scoprire, una volta tanto, la possibilità di riviverlo tal quale. Alle diciassette e trenta siamo di nuovo stesi sui sassi della cima, cercando le stesse posizioni e l’identico abbandono.

Un rumore leggero, quasi d’un bastoncello che si spezzi nel folto d’un bosco. Un frullo. Una gracchia nera ci ha chiamati, da pochi passi. Di dove è venuta? Il semplice moto di svolgere il capo la fa fuggire. Un gioco di prestigio. Scomparsa. Immobile sul ventre, il mento sulle mani a pugno chiuso, spìo. Rieccola, dal nulla. Viene su dal versante svizzero, con un colpo d’ali, aiutata dal refolo di vento leggero che scala la parete. Ci guardiamo, l’immoto pesante sacco di carne ed ossa che faticosamente è giunto fin lì ed il pugno di nere penne che d’un subito può andare e venire in verticale. Piega il capo, mi squadra. Non fiato. Un saltello avanti. Spiega le ali, ma solo un frammento, avendo colto il mio batter di ciglia. Poi s’acqueta e si avvicina. Con la coda dell’ occhio colgo Giorgio nella mia stessa situazione, con un’altra gracchia. La mia visitatrice trova un granello di zucchero. È festa grande. Ora le sono totalmente indifferente. Va in cerca. Se ce n’è uno devono essercene altri. Noi uomini siamo spreconi ai loro occhi. Lentamente, lentamente, con movimenti che quasi non sono tali riesco a seminare granelli di zucchero fin presso di me. La gracchia arriva. Non sa chi sono, non sa che potrei tradirla con un colpo improvviso. Non sa che non tutti gli uomini sono alpinisti per i quali, loro, le gracchie, sono parte della montagna. Si fida. Finisce con le gracchie attorno a noi due e la nostra scorta di zucchero a zollette che si esaurisce in granelli per il Natale anticipato delle gracchie. Una ad una, educatamente, si portano sull’orlo del grande vuoto, un inchino, un saltello e via. Van giù a pallottola, a sasso, a fiondata. Fuori le ali, dentro le zampe, e senza remigare girano nell’aria alla quota stabilita. Rientrano alla base. I nidi sono nascosti negli anfratti.

Due uomini bocconi sul Bernina, il viso verso il basso, sul vuoto, incantati a guardare le gracchie come, da bambini, guardavano le rondini roteare attorno al campanile. Se anche, all’imbrunire, siamo scesi, giungendo al rifugio ad ombre scure ormai distese anche sui quattromila metri, Giorgio e le gracchie ed io siamo ancora là; e lo zucchero è pronto.
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